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Massimo, il mestiere dell’archivista nell’era digitale

Caro Mastru, ti presento una persona che sembra fare un mestiere d’altri tempi. Un archivista.

Massimo Laurenzi si presenta così: laureato in Archivistica e Biblioteconomia presso l’Università La Sapienza di Roma, è attualmente Responsabile tecnico, archivista e Record Manager per Bucap Spa. Co-founder di Archivitaliani.it e membro della redazione de “Il Mondo degli Archivi”. E’ rappresentante Juniores nazionale nel Consiglio Direttivo dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI) e membro del Comitato Tecnico Scientifico di SOS Archivi.

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J: Massimo, parlandone con te e leggendo un po’ di cose sul portale di Archivitaliani.it ho scoperto che siete degli artigiani molto particolari, mi sono incuriosito. Siete dei mastri molto particolari voi, tu in particolare mi hai colpito per il senso che dai al tuo lavoro. Ho avuto la fortuna di lavorare a lungo con un tuo collega, Rocco Benevento, tra i fondatori del portale Archivitaliani.it. Avete una grande responsabilità voi archivisti, siete delle persone importanti per questa società.

M: Fare l’archivista significa difendere le anomalie. Imporre la connotazione umana e quella temporale in un sistema di pensiero che le dimentica continuamente. Significa confrontarsi con l’immaterialità e le relazioni personali. Consapevoli di quanto sia paradossale pensare alla formalità nel 2019. Significa andare oltre la propria attitudine: come tutti gli ‘artigiani’ anche noi abbiamo un’intelligenza manuale. Le nostre mani come quelli di ogni mastro di bottega, riconoscono prima della nostra testa le cose, i legami, i contesti, le familiarità. Come per tutti gli altri, anche per noi, la contemporaneità digitale ha ridefinito la fisionomia del lavoro, ma ci ha lasciato le coordinate sufficienti con cui orientarci. Ci ha costretti a rilevare quegli stessi legami, quei contesti, quegli elementi, con altri organi e con altre sensibilità, ma senza annullare il nostro modo di pensare.

J: A pensarci bene le botteghe degli archivisti sono così ricche che quasi sono un po’ invidioso. Sai che una delle mie preoccupazioni è capire come diamo una connotazione contemporanea ai lavori di cui parliamo. Sarebbe bello raccontare come gli archivisti di oggi si prendono cura degli archivi utilizzando gli strumenti digitali. Quello che fa la differenza secondo me è l’approccio. Essere un archivista oggi è sicuramente diverso dal passato.

M: Quello che ci troviamo a fare, come professionisti ancor prima che come fruitori è pensare agli strumenti di comunicazione, come nuovi arnesi con cui prendere confidenza. La tutela, un concetto su cui si poggia la nostra professione, ha oggi la forma della condivisione, al netto delle ‘precauzioni’ deontologiche e delle resistenze di settore.

Se si smette di pensare col ‘cervello assicurato’ si inizia a sospettare che digitalizzare un codice del ‘500 non significa solamente produrre cultura, ma anche e forse soprattutto ridefinire il concetto stesso di bene culturale. Mettere a disposizione di tutti un oggetto culturale significa trasformarlo in ‘risorsa digitale’ e  in oggetto di consumo. Bisogna essere consapevoli di questo. Bisogna conoscerne i rischi.

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Quando vedo un frammento di manoscritto comparire su instagram o su qualunque social, come veicolo di pretesto culturale, mi domando se non si stia correndo contro un muro. Se non ci si affanni tanto a rendere visibile quel manoscritto o quel documento dimenticando che il suo valore è ben più grande della sua forma e del suo ‘significare cultura’.

Che il suo valore risiede nelle storie che quel documento come ‘oggetto vissuto’ porta con sé. Quali mani, quali occhi, quali motivi trovano posto nella sua storia? Sono gli attuali tool digitali a non veicolare a pieno il valore delle cose, o siamo noi a considerare ancora la cultura un valore personale?

J: Gli archivi storici sono una grande risorsa per il nostro futuro, o meglio dovrebbero esserlo, proviamo a buttare giù delle linee strategiche, dei suggerimenti, degli input per stimolare le persone a pensare che questa sia una cosa assai rilevante. Per aziende, istituzioni e organizzazioni.

M: Nel rapporto fra tempo, mode e mutamenti sociali c’è un elemento che rimane cinicamente immutato: ‘La reputazione’. Ne sono ben consapevoli gli Influencer di oggi, come lo erano i nobili di un tempo e gli imprenditori di un altro.

Apparire credibili, significa rendere stabile la propria reputazione oltre il tempo. Risultato che non si ottiene con le parole, con i sentimenti o con le immagini ma solo con la loro rappresentazione. Contenitori – documenti – che conservano e trasmettono il loro oggetto oltre il tempo. I documenti, in forma orale prima, analogica poi, digitale oggi sono quelle rappresentazioni.

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È su questa brutale riflessione che appare evidente la funzione degli archivi come ‘certificatori di reputazione’. Con molta meno retorica, potrei dire che le aziende che oggi parlano del valore del proprio Brand parlano di memoria stabile nel tempo. Memoria in forma solida, trattenuta dai documenti e dagli archivi. Gli influencer che esprimono punti di vista utilizzando i social come lavagne, dicono la loro, producendo, condividendo e conservando i propri documenti continuamente. Che si sia o meno consapevoli poco importa. Esiste una ‘cultura documentale’ a cui tutti gli esseri umani appartengono.

L’unica linea teorica che riesco ad immaginare per attribuire maggiore considerazione agli archivi fa a pugni con uno dei presupposti necessari degli archivi stessi: l’involontarietà della sedimentazione. Eppure oggi dopo qualche anno da archivista e qualcuno in più da essere umano credo che una maggiore consapevolezza nel modo in cui generiamo la nostra memoria, possa renderci migliori di chi ci ha preceduti.

J: Aprendo la pagina Archivitaliani.it ti trovi in fronte una bella cartina dell’Italia con tanti puntatori. Tutti gli archivi che avete censito e raccontato. Un’opera grandiosa la vostra, quasi fuori dal tempo ma così dentro al tempo da rendere questo portale un patrimonio unico nel suo genere.

M: Archivitaliani.it è un progetto libero e contaminato. Libero di parlare di archivi con voci distorte, che definiscono archivi impropri. ‘Cultura circolare’ si potrebbe dire. Archivitaliani è’ un’ istanza comunicativa in primo luogo. Un meccanismo informativo. Sarà per questo che che le nostre pagine social, fanno numeri improbabili per chi parla di archivi (anche se ridottissimi nella considerazione social).

J: Grazie per il tuo tempo Massimo. Ho imparato molte cose da questa nuova pagina delle Storie di Bottega. Se ci teniamo al nostro futuro dobbiamo organizzare bene i nostri contenuti, dobbiamo dare un senso all’archiviazione e dobbiamo renderli accessibili. E’ sempre stato un lavoro importante il vostro ma oggi, forse lo è più di prima.