Daidalos. Il filo di Dedalo

(diario di produzione, in aggiornamento)

Caro Mastru, sono un nano che ha la fortuna di lavorare sulle spalle dei giganti. In questa storia i giganti sono i miti incastonati nelle pietre di tre paesi dell’agrigentino. In questo racconto ogni pietra porta qualcosa che non riesci a datare con precisione, e non perché non ci siano dati, ma perché i dati non bastano a contenere quello che sento e che provo a raccontarti.

Prendiamo il filo da Sant’Angelo Muxaro. Un paese che vive su una grande e possente rocca a pochi chilometri da Agrigento, dalla Valle dei Templi, da quel pezzo di Sicilia che il mondo intero conosce come culla della civiltà greca in occidente. Eppure qui, nell’entroterra, a dieci minuti da quella grandezza dichiarata e celebrata, esiste un’altra storia. Le case strette che si tengono, sotto le radici di qualcosa che alcuni archeologi hanno identificato con la mitica Kamikos, la città del re Kocalo, dove, secondo il mito, Minosse arrivò a cercare Dedalo e trovò la morte.

Io ci sono arrivato l’8 maggio, con una telecamera, uno storyboard, e una domanda che si porta dietro altre domande.

Con me, in questo progetto, c’è Davide Comunale. Archeologo, ricercatore, autore e presidente dell’associazione Le Vie Francigene di Sicilia, che da anni percorre, mappa e restituisce alle persone i cammini storici dell’isola. Davide si definisce “disegnatore di trazzere”. Il che dice già tutto: uno che conosce il territorio non dalle mappe ma dai piedi, uno che ha imparato a leggere la Sicilia interna camminandola per anni, un passo alla volta, da Palermo ad Agrigento e oltre.

È lui che conosce questi paesi come si conosce un testo letto molte volte, non per sentito dire, ma perché ci è passato. Ed è lui che sta curando con me i laboratori e stiamo lavorando insieme ai testi del documentario di cui adesso ti parlo. Quando Davide scrive di Kocalo, scrive di qualcuno che incarna il mito dell’accoglienza, in questa parte di Sicilia, non è un’astrazione. È una pratica sedimentata, una legge più antica di qualsiasi statuto, di qualsiasi protocollo.

Il mito che nessuno racconta

Conosci Dedalo. O credi di conoscerlo. Lo conosci come il padre di Icaro, quello delle ali di cera, della caduta. Ma c’è una parte del mito che non si racconta quasi mai, quella che accade dopo la caduta di Icaro, quella che accade qui, in Sicilia.

Dedalo fugge da Creta e arriva in queste terre. Kocalo, il re Sicano, lo accoglie, perché l’ospitalità è legge sacra, più antica di qualsiasi potere. Minosse lo insegue. Ingaggia una guerra. E muore qui, in queste colline siciliane, senza trovare Dedalo.

Prima di morire, però, Minosse fa una cosa geniale nella sua disperazione: lancia un enigma. Dice che chiunque riesca a far passare un filo attraverso una conchiglia a spirale riceverà un grande premio. Sa che solo Dedalo può risolvere quell’enigma. E Dedalo, nascosto, non resiste. Lo risolve. E così si tradisce.

Come lo risolve? Lega il filo a una formica. E lascia che sia lei a trovare la strada dentro la spirale. Il genio non è la soluzione. È sapere a cosa legare il filo.

Da questa storia, sepolta da tremila anni a pochi chilometri da Agrigento, in una Sicilia che non finisce mai di sorprendere, nasce Daidalos. Il filo di Dedalo, il documentario che stiamo producendo nell’ambito del progetto “Cantami o Musa”, nei paesi di Sant’Angelo Muxaro, Joppolo Giancaxio e Santa Elisabetta.

Ora ti porto con me in una sorta di diario di bordo, nel quale racconto quello che stiamo realizzando, con frammenti di video, testi estratti dalla sceneggiatura, fotogrammi e pezzi di backstage.

Il primo fine settimana

La biblioteca comunale di Sant’Angelo Muxaro ha soffitti alti e luce di fine pomeriggio che entra obliqua. È lì che abbiamo aperto il primo laboratorio di scrittura e il workshop di narrazione visiva, condotto da Martina de La grande fabbrica delle parole che cura una parte dei laboratori di questo progetto.

Una decina di persone del paese. Non attori, non professionisti della narrazione. Persone che abitano quel luogo e ne portano addosso la memoria, alcune da generazioni, alcune tornate dopo anni altrove.

Abbiamo camminato per le strade del paese. Siamo stati in piazza. Siamo andati alla Tomba del Principe, un ipogeo dell’età del Bronzo che guarda la valle con quella calma assoluta che hanno solo le cose vecchie perché lì da sempre. Mentre uscivo da questo luogo pensavo al fatto di essere a due passi dalla Valle dei Tempi. La Sicilia greca che conosce tutto il mondo, e questa Sicilia interna che conosce chi la abita. Ho fatto dei test di ripresa, forse più di un test. Ho ascoltato. Ho preso appunti.

Quello che ho capito in quei due giorni è che i luoghi del mito non hanno bisogno di essere spiegati. Hanno bisogno di essere abitati. E le persone che li abitano sono già, senza saperlo, i personaggi del film.

Qui sotto puoi guardare 3 minuti di trailer di questo documentario in corso di produzione! 


Quattro archetipi, non uno

Una cosa che ho capito lavorando a questo progetto è che il rischio di un documentario su Dedalo è fare un film sull’eccezionalità. Il genio, l’artefice, il grande costruttore. Ma il mito consegna altri tre personaggi che sono altrettanto necessari e altrettanto contemporanei.

Dedalo è l’ingegno, la techné, chi costruisce soluzioni dove non esistono strade.

Icaro è il talento che brucia, il rischio di volare troppo in alto senza radici. Il simbolo di chi lascia il territorio e non trova come tornare.

Minosse è il potere rigido, la legge che insegue, il controllo che non sa trasformarsi in cura.

Kocalo è l’accoglienza, l’astuzia, la comunità che protegge il talento e usa l’intelligenza collettiva per sconfiggere il potente.

Nel primo weekend a Sant’Angelo Muxaro, i partecipanti al laboratorio hanno scritto dei testi in prima persona, incarnando questi archetipi. Non erano esercizi di stile. Erano qualcosa di più preciso: un tentativo di capire a quale personaggio del mito ci si riconosce, e perché.

Uno di questi testi, scritto da Davide Comunale, lo riporto qui, perché dice cose sul mito e sul territorio che io non sarei capace di dire meglio:

Dedalo È luce che si spegne e buio che avanza sul crepuscolo. È un volo che inevitabilmente cade giù, nel profondo di un mare che non accoglie. È un cuore che inventa ma soffre, trova ma perde, spera e dispera.

Ha unito colla e piume, levigato filo e corda di bue ed ha scoperto il volo. Ed ora, ora è buio che si spegne, sono ali chiuse e riposte per sempre. E su Kocalo:

Quanto peso date alla legge? Cosa è giusto per voi? Ho protetto un profugo, un immigrato che ha bussato alle porte delle mie sale. Portava con sé il suo ingegno, un passato triste e i suoi fantasmi, impressi sul volto. Ho difeso la legge dell’ospite, il primo comandamento del Padre del Cielo.

Quando senti queste parole lette ad alta voce, in una biblioteca di un paese di cinquecento abitanti nell’entroterra siciliano, capisci che il mito non è mai finito. Si è solo spostato. È diventato paesaggio, pietra, persona.

 

Cosa viene dopo

Il secondo fine settimana siamo a Joppolo Giancaxio, altro paese dell’agrigentino con la sua storia sedimentata e la sua luce particolare. Lì il lavoro cambia natura: costruiremo fisicamente un labirinto nello spazio, con nastri, corde, tessuti, e i partecipanti lo abiteranno con il corpo prima ancora che con le parole. Incarneranno i quattro archetipi, scriveranno nuovi micro testi, e poi stenderanno a terra una grande mappa del territorio su cui tracciare, con fili colorati, le connessioni tra i propri archetipi e i luoghi reali.

Il filo di Kocalo si lega alle zone di accoglienza. Il filo di Dedalo raggiunge i luoghi di innovazione possibile. Il filo di Minosse tocca i confini, i limiti geografici e burocratici. Il filo di Icaro sale verso l’alto. E si ferma a metà.

Voglio fare una ripresa zenitale di quella mappa con tutti i fili tesi. Ho il presentimento che sarà una delle immagini più potenti del film.

Questa è la che guiderà tutto il documentario, quella che (forse) comparirà sullo schermo alla fine, in silenzio, senza risposta:

Qual è il tuo filo da far passare nella conchiglia?