Il DNA di Roma: un documentario tra il gesto artigianale e la stampa 3D

C’è stato un momento, durante le riprese al laboratorio che ho girato nello studio di Marco Galofaro, in cui ho posato la camera e ho guardato semplicemente con gli occhi.

Davanti a me e Alfonso che mi ha dato una mano nelle riprese, c’era Roma. Tutta Roma. Settemila ettari di storia, stratificazioni, quartieri, borgate, colline, alvei di fiumi, ritagliata in quarantotto metri quadrati di terracotta. Un plastico. Una mappa. Un’opera d’arte. E insieme una domanda che mi ronzava nella mente da quando Carlo di 3DiTALY mi aveva parlato del progetto nella prima call di progettazione: come si racconta qualcosa che è già, di per sé, un racconto?

Questo è uno dei progetti ai quali ho lavorato intensamente nei mesi scorsi, voluto con forza da 3DiTALY: un documentario che accompagna Il DNA di Roma — Terracotta Rome, l’opera di Marco Galofaro esposta al MAXXI di Roma all’interno della mostra Roma nel Mondo, curata da Ricky Burdett.

La storia dentro la storia
L’opera nasce da una sfida tecnica al limite dell’impossibile: replicare in terracotta, con un livello di dettaglio oltre il millimetro, l’intera morfologia urbana di Roma, non solo il costruito, ma la geografia, i dislivelli, le pieghe della terra su cui la città è cresciuta per duemila anni. Il tutto in poche settimane.
La risposta a questa sfida è stata la stampa 3D. Nel video le parole di Antonio Alliva, ci accompagnano proprio su questo versante del processo. La stampa 3d non come fine, ma come trampolino, come presupposto realizzativo: 953 matrici stampate in resina dalla Print Farm di 3DiTALY, poi trasformate in stampi di gomma siliconica, poi colate in terracotta a mano. Un processo quasi alchemico, in cui la velocità della tecnologia lasciava spazio alla lentezza dell’artigianato, mentre giravamo questo docu, gli occhi di Marco e del tuo straordinario team sembravano biglie nelle quali era già tutto scritto, progetto, processo, opera conclusa ed esposta.
Marco Galofaro lo aveva chiaro fin dall’inizio: la terracotta non era una scelta estetica. Era una scelta di senso. Roma antica era marmo e travertino, ma lo scheletro che vediamo oggi sono i mattoni. Quella materia porosa, ruvida, calda è la memoria di Roma. Non la sua immagine. La sua pelle.

Raccontare il processo
Quando mi è stato affidato il documentario, ho capito subito che non dovevo raccontare l’opera. Dovevo raccontare il gesto che l’ha generata e la coniugazione tra macchine e mani, tra mente e software.
C’è qualcosa di profondamente narrativo nel modo in cui questo progetto è nato: una chiamata del MAXXI a marzo 2025, un’intuizione immediata di Galofaro, una corsa contro il tempo, una tecnologia scelta con precisione quasi chirurgica, le mani degli artigiani che colano la terracotta negli stampi. Ogni fase portava con sé una tensione. Ogni scelta aveva un perché.
Il mio compito, il compito di chi fa documentari, rendere visibile quella tensione. Di stare abbastanza vicino da sentire il calore del materiale, e abbastanza lontano da capire cosa sta succedendo davvero.


Quello che mi ha insegnato questo lavoro

C’è un momento nel processo creativo in cui la tecnologia smette di essere protagonista e diventa silenzio. Infrastruttura. Condizione di possibilità. Opportunità e stimolo. In questo progetto quel momento ha un nome preciso: la Formlabs Form 4L. Una macchina da stampa 3D a stereolitografia avanzata, capace di produrre una mattonella di 17×17 cm in quindici minuti, con una precisione che non lascia spazio all’errore. 3DiTALY ne ha installate tre in una Print Farm dedicata, nel laboratorio di Galofaro. In 26 giorni, 953 stampi. Su 953 stampe, 951 riuscite al primo colpo.
Numeri che sembrano industriali. E invece erano al servizio di qualcosa di molto antico.
Perché quelle matrici stampate in resina non erano il prodotto finale. Erano il la condizione per raggiungere ciò che l’artigiano aveva visto nella tua mente prima di tutti, le mattonelle in terracotta.

Il passaggio successivo era la gomma siliconica, poi la terracotta colata a mano, poi l’attesa — l’aria, l’acqua, la solidificazione lenta. Un processo che Marco Galofaro ha messo a punto con il suo gruppo di lavoro rendendolo apparentemente semplice ma diabolicamente fragile e complesso!

Quello che mi ha colpito di questo progetto non è la velocità della stampa 3D, né la bellezza della terracotta. È la lucidità con cui 3DiTALY e Galofaro hanno capito dove mettere l’una e dove lasciare spazio all’altra. La macchina fa ciò che la macchina sa fare meglio: precisione, ripetibilità, velocità. Le mani fanno ciò che le mani sanno fare meglio: calore, variazione, memoria. Nessuna delle due poteva fare da sola quello che hanno fatto insieme.
È una delle lezioni più importanti che questo mestiere mi abbia insegnato: la tecnologia non sostituisce il gesto artigianale. Lo rende possibile a una scala che altrimenti sarebbe impensabile. E il gesto artigianale, a sua volta, restituisce alla tecnologia qualcosa che da sola non può avere — un’anima materica, una ragione di esistere che va oltre la performance.

Roma, in fondo, è costruita così. Strati su strati. Ogni epoca usa gli strumenti del suo tempo, ma la materia rimane. La terracotta che cola nello stampo oggi è figlia della stessa terracotta che i romani usavano per costruire i mattoni dei loro muri. E la Form 4L, in qualche modo strano e meraviglioso, ha reso possibile che quella continuità potesse stare in piedi, essere reale.

Il DNA di Roma — Terracotta Rome è stato esposto al MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, nell’ambito della mostra “Roma nel Mondo” curata da Ricky Burdett, fino al 26 aprile 2026. Un progetto di Marco Galofaro, con la manifattura additiva di 3DiTALY.