Pane e prompt. Una storia in beta permanente

Stamattina, con le mani nella farina ho pensato a tante cose e pure un po’ all’AI.

Caro Mastru, i pensieri migliori arrivano quando stai facendo altro, quando le mani sono occupate e la testa è libera di vagare. Ero lì ad impastare il pane, come faccio ogni settimana da circa sei anni, e mi è saltata in mente una metafora. Un po’ forzata, ma dalla quale parto per fare una piccola riflessione sul concetto di “beta permanente”. Usare l’AI è un po’ come fare il pane.

La farina è la materia prima, i contenuti, il contesto, quello che porti nella conversazione. Il lievito madre è la tua prospettiva, il tuo sguardo, il bagaglio che hai sedimentato nel tempo. La lievitazione è il brainstorming, il momento in cui lasci fermentare le idee, in cui l’impasto cresce in direzioni che non avevi previsto. Il forno è la pubblicazione. Sembrava quasi che potesse stare in piedi come metafora.

Poi ho smesso di impastare un momento, o forse è stato l’impasto stesso a fermarmi e ho capito che mi stavo raccontando una bugia, romantica, ma pur sempre una bugia.

Il pane di ieri è buono domani, dice un proverbio piemontese che Enzo Bianchi ha usato come bussola per un libro sulla memoria e sulla civiltà contadina che mi è capitato di leggere qualche anno fa. Il senso è che quello che viene dal passato nutre il futuro, che il sedimento ha valore.

È vero. Ma io stamattina non stavo cercando il sapore di ieri. Stavo cercando di capire cosa sedimenta oggi, mentre impasto, per poterlo portare domani, in una conversazione, in un progetto, in una domanda che non mi sono ancora fatto. Perché a pensarci bene, io il pane non lo faccio per il risultato, ma per altro. 

Non lo faccio per risparmiare, non lo faccio perché non potrei comprarlo. Lo faccio perché amo il processo, per il senso che questo gesto custodisce e mi permette di rinnovare ogni volta che lo compio. La consistenza che cambia con l’umidità, il profumo che mi dice se la lievitazione sta andando bene, il modo in cui ogni stagione richiede un tempo di riposo dell’impasto diverso. Quando iniziai a fare il pane, dopo sei mesi smisi di seguire la ricetta. Oggi, dopo sei anni ho smesso di voler spiegare tutto.

L’AI mi porta sempre al risultato. È la sua natura, risponde, produce, consegna. Non c’è processo senza output. Però quello che ho imparato, usando l’AI nel mio lavoro è che puoi scegliere di non fermarti lì. Puoi prendere quell’output e ricominciare. Riformulare la domanda, aprire una prospettiva che non avevi considerato, farti domande nuove. Il valore più grande che ho trovato nel lavorare con l’AI non è la risposta, ma il fatto che la risposta mi porta a domande che non mi ero fatto. Le maglie si allargano. Le possibilità si dilatano.

È un beta permanente, consapevole, esplicito, dichiarato.

Anche fare il pane, per me, è un beta permanente. Anche lì miglioro, correggo, raffino. Ma è un miglioramento che avviene nel silenzio, che non so quando è accaduto, che riconosco solo a posteriori. 

Fare il pane e usare l’AI non si assomigliano quasi per nulla.

Sono due pratiche, due approcci, due filosofie che abito in modo radicalmente diverso. Una mi ha insegnato a stare nel processo in modo ciclico, lasciando trasportare dai sensi e del senso che voglio rigenerare. L’altra mi chiede di essere presente, intenzionale, consapevole di ogni passaggio.

Quello che porto dall’una nell’altra, l’unica cosa che davvero trasferisco è la disponibilità a tornare. Ogni settimana, ad ogni impasto, ogni conversazione. Senza pretendere di aver capito tutto. Senza voler arrivare a una versione definitiva.

Il pane di ieri è buono domani. Ma il pane di questa settimana non è uguale a quello della settimana scorsa. Il bello è che questo non mi dispiace per niente.