Da anni dico, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che vivo con un piede nella mia terra, uno nel mondo, e la testa in rete. L’ho sempre pensata come una condizione mia, personale, una scomodità quasi fisica, due equilibri da tenere insieme senza mai scegliere uno dei due definitivamente. Scrivo questo testo in partenza per l’Argentina con l’idea di andare a cercare storie di emigrazione, storie di persone che sono partite dal mio paese di origine da metà ottocento, le cui tracce, oggi, sono presenti nei figli, nei nipoti e nei pronipoti. Allora, quel pensiero, del piede nel mondo torna a frullarmi nella testa e penso che forse un piede nel mondo ce l’hanno pure i paesi.
Temperley è una città molto vicina a Buenos Aires, è li che sto andando. È lì che vado a cercare in qualche modo un pezzo di Caselle in Pittari, forse un pezzettino d’Italia. Ci sono un po’ di motivazioni che mi portano a intraprendere questo viaggio di ricerca. L’idea che in qualche modo i confini delle nostre comunità non finiscano nei loro limiti amministrativi, ma un po’ vivano anche nei luoghi dove gli emigranti hanno stabilito delle piccole o grandi estensioni comunitarie, con feste patronali riprodotte, riti religiosi e laici che aggregano nel nome della terra d’origine. E qui la domanda comincia a farsi meno personale e più politica. Un paese, che soffre di spopolamento in che modo dovrebbe investire, oggi, nella relazione con le comunità che ha sparse per il mondo? Oppure dovrebbe considerarle un capitolo chiuso della propria storia?
Rimanendo al massimo un ricettore, passivo, che attende che qualcuno torni a trovarlo per ritrovare le proprie origini e quelle della propria famiglia? Perché quel piede, il paese, ce l’ha comunque, cammina, si muove, nel ricordo, nelle emozioni delle storie passate di madre in figlio. Una comunità di origine italiana dall’altra parte del mondo è, potenzialmente, un ponte, un pubblico per la cultura che produciamo qui, una rete di competenze e relazioni che nessun bando potrebbe replicare a pagamento. Allora cosa farne? Come si nutre questa relazione? In parte, l’istituzione dei gemellaggi istituzionali, a partire dagli anni sessanta è stata ed è una risposta a queste domande, ma ho come la sensazione che la maggior parte di essi siano diventati delle scatole vuote. Prendo il filo dalle storie e anche stavolta mi lascio guidare da esse anche perché quando se ne ascoltano abbastanza, smettono di essere solo aneddoti isolati e diventano sentieri che si biforcano e che possono rivelare qualcosa di più ampio di una sola vicenda umana.
Se dieci famiglie diverse hanno conservato la stessa parola di dialetto o hanno chiamato un figlio allo stesso modo, quello non è più folklore: è un dato, un comportamento sociale ricorrente su cui vale la pena ragionare con la stessa serietà con cui si legge una statistica. Andando avanti con i punti di domanda, mi chiedo, perché la terza, perfino la quarta generazione, persone che non hanno mai messo piede nel paese dal quale sono partiti i propri antenati, che magari non parlano più una parola di italiano continuano comunque a tenere in piedi una relazione con la terra d’origine? O addirittura sognano di venirci a vivere? Non è solo nostalgia, quella non si eredita per tre generazioni senza logorarsi. È qualcos’altro, un’energia relazionale che si tramanda anche quando il contenuto concreto del ricordo si è svuotato.
Siamo in movimento e lo sono anche le nostre comunità. Quanto in fretta abbiamo dimenticato di essere stati, anche noi, quelli che arrivavano da un’altra sponda, cercando un lavoro e una lingua che non erano i nostri.
Ho attivato un piccolo taccuino, sul quale collezionerò gli appunti e le riflessioni di questo percorso, lo trovi qui
https://www.jepis.it/temperley-e-le-caselle-che-si-biforcano-appunti/