C’è un momento preciso, subito prima di lanciare un nuovo progetto, di pubblicare un contenuto o di fare una scelta radicale, in cui lo stomaco si chiude.
Se ci pensi, è la paura di rimanere al freddo che ci fa costruire una casa dove ripararci, la paura di rimanere soli che ci fa amare gli altri, la paura di morire di fame che ci fa procacciare il cibo, la paura dell’oblio che ci fa realizzare opere che ci sopravviveranno e via via fino ad arrivare a snocciolare tutte le nostre paure che giorno dopo giorno facciamo mutare in movimento, azione, trasformazione, di noi stessi e di ciò che abbiamo intorno.
È un punto di partenza la paura. Un bivio invisibile ma molto importante. In quel secondo esatto, la paura può prendere almeno due forme. Sono due possibilità quasi gemelle, ma hanno destini opposti. Una è la via dell’angoscia, una specie di muro di ghiaccio. Una paura fredda, statica. Quella che in un orecchio ti sussurra: “Non sei abbastanza”, “Sbaglierai”, “Ti rideranno dietro”. L’angoscia ci pietrifica, ci rende immobili. Ci fa vedere l’ignoto come un abisso buio in cui cadere. Quando la paura diventa angoscia, costruiamo muri per proteggerci narrazioni che ci rassicurano nel nostro immobilismo. Restiamo nel porto sicuro, dove tutto è apparentemente chiaro, controllato e terribilmente fermo. L’angoscia pian piano, così diventa il freno a mano tirato della nostra creatività.
C’è poi l’altra via, l’altro sviluppo della paura, il fremito. Una sorta di motore a scoppio, una paura calda, elettrica. Una sensazione fisiologica – il cuore che batte, le mani sudate – ma con una direzione diversa. Il fremito non ti dice “Fermati”, ti dice “Attento, stai andando in territorio sconosciuto”. Ecco, spesso a questa cosa non ci pensiamo, ci spingiamo su terreni inesplorati proprio perché abbiamo paura. È la paura di restare uguali a ieri che vince sulla paura del domani. È il terrore della stagnazione che ci costringe a correre in avanti.
La paura in un certo senso potrebbe essere letta come una bussola, ci possiamo orientare grazie ad essa. Una leggenda storiografica racconta che i vecchi cartografi, quando non sapevano cosa c’era oltre i confini del mondo conosciuto, scrivevano “Hic Sunt Leones” (Qui ci sono i leoni). Faceva paura. Ma mi piace pensare che è proprio andando a cercare quei leoni che abbiamo scoperto nuovi continenti. Nel lavoro e nella vita funziona allo stesso modo. Se un’idea non ti spaventa almeno un po’, forse allora è un’idea troppo piccola per te.
Quel confine sottile tra l’angoscia che blocca e il fremito che spinge. Se non senti che quel confine sottile significa che stai camminando in cerchio nel cortile di casa tua. L’innovazione vera, quella che cambia le cose, si trova sempre un passo oltre la soglia della sicurezza. Lì dove le gambe tremano un po’.
Mi sto esercitando nell’osservare le mie paure, nel decifrarne la frequenza. Quando stanno per diventare angosce provo a dividerle in tanti piccoli pezzi, quando invece, sento che si accende il fremito, cerco le vele e le dispiego, non per arginarne la forza ma sfruttarla e andare oltre.
Da oggi, quando mi troverò di fronte ad artigiani, imprenditori, innovatori, change maker, una delle domande che farò suonerà più o meno così: Quali sono state le paure che ti hanno mosso, che ti hanno permesso di fare le cose più importanti che hai fatto?
PS: la foto in copertina la scattai mentre giocavo a shanghai con le mie figlie, in quel pomeriggio invernale mentre cercavo di prendere il mio bastoncino senza farne cadere altri dieci.