Briciole di valore

Era solo una frazione di secondo, un’occhiata distratta al tavolo ingombro prima che la quiete del dopo-pranzo venisse squarciata dal frastuono imminente di una tombolata tra amici. In quell’istante fugace, ho catturato un’immagine quasi involontaria. C’era un disordine apparente che, a guardarlo bene, assomigliava a una mappa geografica dei nostri tempi. Da una parte il cibo rimasto, quelle briciole di pane secco che sanno di dispensa e di casa; dall’altra gli spiccioli pronti per essere messi ingenuamente in gioco.

Sono rimasto a fissare questo incrocio strano: monete e molliche. E mi sono chiesto: dove sta il vero peso delle cose?

Prima di mettere nero su bianco queste brevi righe per dare forma a queste riflessioni, ho voluto fare un piccolo esperimento: raccogliere diverse storie sui miei profili social, prendendo spunto da questa foto.

 

Il grano è la prima moneta. Spesso dimentichiamo che prima delle banche, prima dei mercati azionari e delle criptovalute, l’economia del mondo si basava sul grano. Avere il grano significava sopravvivenza, significava futuro. In ogni briciola di pane che vediamo sparsa su questo tavolo c’è una storia di pazienza: la semina, l’attesa della pioggia, il raccolto, la macina, il forno. Pensa, ancora, nel nostro linguaggio per dire soldi, in alcuni contesti si utilizza la parola “grana”. Oppure, la forma tradizionale del salvadanaio, in molti casi è proprio a forma di chicco di grano.

C’è una “fatica” dietro quel pezzo di pane che nessuna moneta da 50 centesimi potrà mai raccontare veramente. Il valore del denaro è una convenzione, un accordo tra uomini. Il valore del pane, invece, è un fatto di natura: è innegabile. Il prezzo e il valore (non sono la stessa cosa). Oggi siamo abituati a dare un prezzo a tutto, ma facciamo fatica a riconoscere il valore. Guarda l’immagine, le monete sembrano quasi invadere lo spazio del pane. Eppure, se avessimo fame, fame vera, di tutto quel metallo non ce ne faremmo nulla.

C’è un paradosso moderno in questo scatto: ci affanniamo per accumulare quegli spiccioli, spesso sacrificando il tempo per cucinare, per mangiare con calma, per gustare la semplicità. Abbiamo barattato il nutrimento con il potere d’acquisto. Ma il potere d’acquisto non sa di nulla, mentre il pane sa di terra e di lavoro. Spezzare il pane: il vero valore sociale. C’è una parola bellissima che deriva proprio da questo alimento: compagno. Viene dal latino cum-panis, “colui con cui si divide il pane”.

Il valore sociale del cibo sta tutto in questo gesto antico. Non si “condividono” le monete allo stesso modo. Il denaro si presta, si investe, si spende. Crea debito o credito. Il cibo, invece, si condivide. Quando spezziamo il pane a tavola, non stiamo facendo una transazione economica. Stiamo costruendo comunità. Stiamo dicendo all’altro: “La mia sopravvivenza è legata alla tua”. In un mondo che ci spinge a essere isole produttive, tornare a dare importanza alle briciole – a quel residuo di vita vissuta insieme a tavola – è un atto rivoluzionario.

Forse dovremmo imparare a guardare le nostre tavole con occhi diversi. Meno contabili, più umani.

  • giuseppe |

    alcuni affiancano alla derivazione cum-panis anche quella di cum-patire, soffrire insieme.

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